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Discorso di apertura alla conferenza "Europa: Stato di diritto e Stato dei diritti"

11 ottobre 2016Parole chiave: ,
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Signor presidente del Senato, Signori ministri, Autorità, Gentili ospiti

Innanzitutto vorrei sinceramente ringraziare il presidente del Senato Grasso, per la sua ospitalità, per la sua sensibilità e per la spinta che ha voluto darci anche oggi, con il suo discorso, a proseguire nel nostro impegno per la legalità europea. La vita del presidente Grasso è stata sempre caratterizzata da un fortissimo impegno per la legalità e per la difesa dello Stato di diritto. Per questo, le sue parole sono particolarmente preziose.

Voglio anche ringraziare tutti i colleghi ministri Reynders, Koenders, Desir, Marques, Xydaxis, il direttore O' Flaherty, Giuliano Amato, Emma Bonino, per la loro presenza e sopratutto per il loro impegno comune in favore dello Stato di diritto in Europa.

Credo che l'impegno di tutti i presenti sia particolarmente importante soprattuto in un momento difficile come questo per la nostra Unione e in realtà per tutte le nostre democrazie.

Ho vissuto molti anni in vari paesi europei e soprattuto a Parigi. Quando ci vivevo, e ogni volta che ci torno, vado sempre in una delle poche grandi librerie rimaste a Saint Germain, L'Ecume des Pages. In settembre la vetrina di questa bella libreria era monotematica: tutta dedicata alle opere di Stefan Zweig.

Una storia molto europea quella di Zweig, che, privato della sua nazionalità austriaca dai nazisti, essendo ebreo, descrisse dal suo rifugio in Brasile il doppio crollo europeo: la prima guerra mondiale e poi l'ascesa del nazismo. Come descrive il crollo dei valori europei che poi, dopo la sua morte, nel 1942, porterà alla Shoa? Lo fa partendo dalla inconsapevolezza, dalla temerarietà della sua Vienna e scrive in "Il Mondo di ieri: ricordi di un europeo":

"ora che l'uragano lo ha fracassato, noi abbiamo la certezza che le sicurezze di quel mondo non erano che un castello di nuvole. Eppure, i miei genitori, le hanno abitate come se fossero una casa di pietre".

Ecco, non vorrei che anche noi ci risvegliassimo un giorno e ci accorgessimo che i nostri valori poggiano su delle nuvole anziché su delle pietre.

Ci sono forze politiche che crescono in Europa e che invocano la pena di morte, che vogliono mandare all'aria Schengen, che non riconoscono i valori universali ribaditi della Carta dei diritti fondamentali di Nizza, che vogliono "sbattere fuori" tutti coloro che sono "diversi". E attenzione, perché Bertold Brecht ci ha insegnato che diverso dopo diverso, ad un certo punto il diverso che "vengono a prendere" siamo tutti noi.

Rappresentano la risposta sbagliata a una crisi economica e sociale senza precedenti che rischia di fiaccare i principi stessi della democrazia.

Se la nostra Unione non saprà adattarsi e reagire alla realtà che cambia velocemente e in maniera talmente repentina da sembrare perfino violenta, rischierà di non avere futuro.

Si certo, la nostra Unione spesso è troppo miope, troppo lenta. Ammalata di tecnocrazia e di sonnambulismo. E senza dubbio per salvarla dobbiamo cambiarla. Ma attenzione: rimane il miglior modello al mondo di gestione pacifico e democratico delle relazioni tra popoli e Stati.

Quale è il più grande risultato raggiunto in ormai 60 anni di integrazione europea? Cosa ha contraddistinto la nostra esperienza comune dopo le due guerre civili europee del XX secolo? I diritti fondamentali. La loro tutela. La loro promozione.

È questa la vera essenza dell'identità europea. Sono i valori di libertà, di eguaglianza, di fratellanza.

Oggi quei valori sono sotto attacco, a causa delle aggressioni terroristiche, sotto la spinta di forze xenofobe ed estremiste, in seguito al ritorno di demoni del passato come l'antisemitismo.

Noi siamo assolutamente determinati nel difendere il diritto alla sicurezza di tutti i nostri cittadini. Ma siamo altresì convinti che il diritto alla sicurezza possa venire pienamente garantito solo difendendo anche la sicurezza dei diritti fondamentali e la cultura europea del diritto.

Necessita' fondamentale per fare esistere l'Europa stessa.

Sì perché investire in diritti e cultura significa ripartire dalla vera essenza dell'Europa Possiamo farlo soltanto mettendo lo stato di diritto non solo tra le più importanti conquiste europee, ma tra le nostre grandi priorità.

Ci stiamo impegnando per questo in Italia. In 32 mesi di Governo Renzi, abbiamo ridotto le infrazione europee del 35%, passando da 121 (e stavano aumentando) nel febbraio 2014 a 72: mai state così basse, e certamente vogliamo diminuirle ancora. E abbiamo anche diminuito moltissimo il contenzioso con la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo, a partire dal sovraffollamento carcerario, anche se c'è ancora molto lavoro da fare. Perché anche questo vuol dire rispettare la legalità europea.

E con la stessa determinazione ci stiamo impegnando per questo in Europa.

Cosa vogliamo fare? Oggi finalmente il Consiglio Affari Generali UE ha cominciato ad affrontare il tema dello Stato di diritto all'interno dell'Unione. Durante il semestre di Presidenza italiana nell'UE abbiamo abbiamo assunto l'impegno di tenere un dibattito regolare, su un tema specifico legato allo Stato di diritto. Il Lussemburgo e poi ancora di più la Presidenza Olandese ha dato una fortissima spinta per proseguire in questa direzione di cui voglio ringraziare Bert Koenders. Abbiamo così affrontato i temi della rivoluzione digitale e dell'integrazione dei migranti.

E su iniziativa di Didier Reynders da luglio stiamo lavorando per fare ancora di più insieme.

A due anni dalla sua introduzione, infatti, siamo chiamati a fare una prima valutazione e a presentare nuovo proposte.

Noi vorremmo che questo processo venisse rafforzato. Proponiamo un dibattito annuale tra pari al Consiglio Affari Generali, non più su uno specifico tema legato allo stato di diritto, bensì sulla situazione generale dello stato di diritto di 4 o 5 paesi, diversi ogni anno e scelti perché ritenuti prioritari per le loro specifiche buone prassi o le loro criticità in materia di stato di diritto.

Perché' vogliamo farlo? Perché il rispetto dei diritti fondamentali è la linfa che dovrebbe tenerci uniti.

Perché solo garantendone il rispetto all’interno dei paesi membri, l’Unione ha la forza e la credibilità per chiedere altrettanto al di fuori dei suoi confini politici, a partire da tutti i paesi che sono candidati all'adesione.

Perché non sopportiamo il doppio standard dei controlli occhiuti sui conti pubblici e della distrazione o ancor peggio dell'indifferenza sui diritti fondamentali.

Durante 10 anni di crisi finanziaria, l’Unione è stata vittima della dittatura dell’urgenza finanziaria. Oggi non può diventare ostaggio dello stato di emergenza politico.

Ripudiamo i muri fatti di filo spinato e gli atteggiamenti xenofobi, autoritari ed egoistici. A sessant'anni dal Trattato di Roma, per rilanciarsi l'Europa deve riscoprirsi unita nel rispetto delle sue fondamenta, cioè dei diritti e dello Stato di diritto.

La solidarietà tra gli Stati membri non è un’opzione. La solidarietà non è "flessibile", come alcuni pensano. E’ al tempo stesso un’applicazione del Trattato di Lisbona e una responsabilità condivisa, un principio vincolante e un valore fondamentale. Non è certo, ad esempio, rinunciando alla nostra libertà di circolazione, che aumenteremo la nostra sicurezza.

Noi vogliamo che la nuova polizia UE di frontiera gestisca i flussi ai confini esterni e si occupi dei ricollocamenti e dei rimpatri, ma vogliamo innanzitutto preservare le vite e i diritti di tutti, a partire dalle persone più in difficoltà, che scappano da guerre e persecuzioni. Vogliamo cioè cose molto, molto diverse da quelle che hanno ispirato e caratterizzato il referendum ungherese di ieri. E su cui la maggioranza assoluta degli ungheresi ha dato una bella prova di buon senso. Si, anche su questo, dobbiamo avere il coraggio e direi la lungimiranza di aprire un dibattito politico, in Europa e "per" l'Europa. Senza dare lezioni a nessuno. Ma senza fare sconti a nessuno. Perché sui diritti non si fanno sconti, non si gioca al ribasso, non si gioca la democrazia nazionale contro i principi universali e l'identità europea.

Spogliati dei nostri diritti fondamentali, saremmo nudi di fronte alle crisi.

Rispettare lo stato di diritto, la libertà di stampa, di espressione, di religione, i diritti delle minoranze...non è una "intrusione esterna" negli affari dei singoli stati Ue, ma il rispetto di una condizione essenziale per l’adesione all'Unione stessa. Sarebbe utile che lo diventi, sempre di più, nei fatti, anche per potervi rimanere.

Oggi non è così, o almeno non abbastanza.

Ma cosa frena questo processo?

La paura per la nostra sicurezza: sicurezza fisica, economica e sociale.

Che genera un egoismo crescente e insensibile. E i discorsi ufficiali, che sono sempre più fondati solo sulle emozioni. E le emozioni giustificano eccezioni sempre più lunghe ai nostri valori fondamentali. Perché quando lo stato di urgenza diventa permanente, dobbiamo cominciare a preoccuparci molto seriamente. Sono le ragioni per cui sono sempre più preoccupato per quello che accade in Turchia oggi. No, la paura non può essere così ingigantita da rimettere in discussione lo Stato di diritto.

E’ stato facile sostenere i diritti umani dei detenuti nei Gulag sovietici, degli europei al di là della cortina di ferro, o contro le dittature in America Latina. All’epoca era diverso.

Oggi è più difficile garantire lo Stato di diritto nel momento in cui dobbiamo lottare contro un'aggressione terroristica di nazisti islamici senza precedenti.

Si tratta di una situazione molto complessa, per ragioni oggettive. Ci sono spacciatori di demagogia a buon mercato che stanno crescendo in consenso grazie all'odio e alle paure.

Per questo, la nostra battaglia deve partire dal rispetto della legalità e dei diritti da parte di tutti, pretendendo da coloro che ci chiedono solidarietà il rispetto di tutti i nostri valori, a partire dalla laicità, in cambio del riconoscimento dei loro bisogni.

Da una parte, dobbiamo essere chiari: dal momento in cui una persona mette il suo piede sul suolo europeo, gode degli stessi diritti umani di qualsiasi altra persona in Europa. Dall'altra, tutti devono rispettare i nostri valori fondamentali e costituzionali comuni, che vengono prima di qualsiasi fede religiosa. Da noi, la donna è uguale all'uomo. Da noi non puoi imprigionare una donna in un burqa contro la sua volontà. Noi rispettiamo e non ammazziamo gli omosessuali. Da noi ognuno ha diritto di credere, di non credere e anche di abbandonare la sua religione senza rischiare la vita.

E più in generale dobbiamo anche pensare ad un nuovo tipo di "diritto" transnazionale innanzi alla globalizzazione, alla rivoluzione digitale, al terrorismo, all'immigrazione. Liberta, sicurezza, cooperazione e competizione spingono verso direzioni diverse. E ci interrogano su come sviluppare un nuovo diritto. Come conciliare sovranità nazionale e universalismo? Non è forse il diritto dell'Unione, un diritto sempre più transnazionale, la miglior garanzia per le stesse democrazie nazionali? Come è stato scritto, dobbiamo passare da una sovranità "solitaria" ad una sovranità "solidale" per tutelare i nostri "beni comuni europei". Su queste basi vogliamo rilanciare il processo politico europeo il 25 marzo 2017. Ieri il primo ministro May ha dichiarato che notificherà la Brexit proprio in marzo del prossimo. Ne prendiamo atto. Certamente, noi in marzo 2017 daremo la priorità a come organizzare il nostro futuro comune tra tutti coloro che voglio un'Unione sempre più stretta. Non a chi ha deciso di lasciarla, questa Unione.

Lo abbiamo detto anche nei nostri lavori di questa mattina.

“Se le tue foto non sono abbastanza buone vuol dire che non eri abbastanza vicino” diceva il celebre fotografo di guerra Robert Capa per spiegare il suo vivere la realtà fotografata in prima persona.

Di contro Henri Cartier-Bresson credeva fermamente nel doversi mantenere in un paradossale equilibrio di distanza partecipativa.

Per afferrare la verità delle cose e restituire la fotografia più veritiera dello stato di diritto oggi in Europa occorrono entrambi gli atteggiamenti.

Andare sul posto, toccare con mano i rischi di violazioni dei diritti fondamentali che riguardano tutti noi; e dalla “giusta distanza” individuare soluzioni comuni, tempestive ed efficaci. Questa è l’Europa che vogliamo. Questa è l'Unione che vogliamo rilanciare a ormai 60 anni dai Trattati di Roma!

Grazie

Dipartimento Politiche Europee

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