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Piano Juncker, recepite le priorità italiane. Occorre partire già a metà di quest'anno

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È evidente che dobbiamo partire subito col nuovo piano di investimenti. Anche per sfruttare al massimo le circostanze positive determinate dal calo del prezzo del petrolio e dalla svalutazione dell'euro rispetto al dollaro. L'ho ricordato stamane in audizione alla Camera dei Deputati.

Abbiamo delle priorità temporali e di modifiche ulteriori sul Piano Juncker. La prima esigenza temporale è che il fondo possa essere pienamente operativo a partire dalla metà del 2015. Gli esiti del Consiglio Ecofin del 10 marzo scorso hanno dimostrato che l'accordo generale ha già recepito le priorità indicate dal Governo italiano, il cui contributo annunciato dalla Cassa depositi e prestiti sarà di 8 miliardi di euro.

Abbiamo ottenuto che la nostra esigenza di celerità fosse inserita, dato che attraverso questo meccanismo del warehousing della Banca europea degli investimenti (Bei) possiamo anticipare l'avvio dei progetti attraverso l'anticipazione da parte della Bei nel contesto del Piano.

Il Governo italiano ha poi sostenuto le ragioni delle imprese, in particolare delle Pmi, che oggi trovano molta più attenzione, rispetto alla proposta iniziale. Nel comitato che dovrà valutare i progetti vi saranno, su istanza italiana, economisti esperti di economia reale, non solo finanziaria. La comunicazione sulla flessibilità, inoltre, sarà espressamente citata nel regolamento, ma auspico che in sede di Parlamento europeo il legame giuridico tra fondo e comunicazione sia rafforzato.

Le richieste italiane accolte riguardano poi i riferimenti più espliciti ai temi della formazione, ai fallimenti del mercato e ai gap di investimenti. L'Italia ha insistito anche sulla necessità, soprattutto per quanto riguarda le infrastrutture energetiche, i trasporti e le infrastrutture marittime, di rafforzare nel Piano il rapporto con i Paesi terzi in particolare i Paesi vicini, balcanici e del Mediterraneo. Nelle proposte italiane per l'unione dell'energia vi è la priorità che il Mediterraneo diventi una sorta di 'hub' almeno per il gas. E ancora, da parte italiana sono arrivate richieste sul rafforzamento delle banche nazionali di finanziamento e sul tema delle piattaforme degli investimenti.

Vi è, inoltre, la necessità di impegno da parte della Commissione europea per fare chiarezza su quali siano le procedure semplificate da introdurre per quanto riguarda interventi pubblici nazionali o sub nazionali legati a progetti che coinvolgono il Piano Juncker. E sul tema del raccordo tra piano Juncker e disciplina europea sugli aiuti di Stato ho avuto modo di attirare l'attenzione del vicepresidente della commissione Ue, Jyrki Katainen.

Per quanto concerne il tema degli strumenti di politica industriale, riteniamo ci siano due debolezze. La prima è legata alle competenze: la politica industriale è un'azione di sostegno dell'Unione Europea ed è necessario rafforzarne quindi le competenze. Un tema tutto politico, da affrontare in prospettiva, prima della fine dell'attuale legislatura europea con anche una revisione limitata dei Trattati. Dovrebbe essere uno degli obiettivi su cui lavorare come Governo e Parlamento.

C'è poi un problema di strumenti. Durante il semestre di presidenza italiana, il governo italiano ha lavorato al rafforzamento del ruolo di coordinamento in materia di politica industriale del Consiglio competitività che per noi deve diventare sempre più il 'Consiglio dell’economia reale'. Abbiamo anche creato un nuovo strumento, un gruppo di alto livello, in cui per l'Italia partecipa l'ex ministro e presidente dell'Istat, Enrico Giovannini, che ha il compito di elaborare una più efficace politica industriale.

Una politica industriale che deve essere sviluppata attraverso un approccio orizzontale, che comprenda vari ambiti di intervento come energia, ambiente, cambiamento climatico, commercio, ricerca e innovazione e concorrenza.

Per quanto riguarda l'energia, l'obiettivo contenuto nelle proposte della Commissione e sostenuto dal governo italiano è quello di raggiungere un 10% di interconnessioni per tutti gli Stati membri. È evidente che il tema delle interconnessioni, da affrontare attraverso il Piano Juncker, attraverso la connecting Europe facility, e attraverso l''Unione dell'energia' è fondamentale. E' uno di qui temi dove si deve dimostrare il valore aggiunto europeo.

Naturalmente i progetti del Piano Juncker devono essere appetibili. L'Italia è il Paese che ha presentato la lista più lunga, pari a un valore di circa 80 miliardi di euro. E vi è l'esigenza di un collegamento tra i progetti italiani e le strategie più complessive del Piano Juncker. Un piano che, secondo me, si basa su una logica di partnernariato pubblico/privato, per cui i progetti devono essere attrattivi per quanto riguarda gli investitori privati. Mentre è attraverso i fondi strutturali che bisogna lavorare su interventi pubblici sui quali non intervengono i privati. È questa la divisione dei compiti su cui stiamo lavorando.

La ripartizione esplicita territoriale degli investimenti del Piano Juncker non è invece possibile perché fuori dalla logica europea. Ma abbiamo già ottenuto nella prima lettura, in Consiglio Ecofin, che il comitato di valutazione degli investimenti tenga conto e parta da due parametri fondamentali: dai territori dove si registra un fallimento del ruolo del mercato ed è quindi necessario un intervento pubblico; e dal cosiddetto investment gap, laddove esiste cioè una particolare mancanza di investimenti.

È da questi due criteri che bisogna partire e il Governo italiano ha sostenuto questa linea per avere la garanzia che il piano Juncker si focalizzi su settori e territori in cui è particolarmente acuta o grave la mancanza di investimenti.

Dipartimento Politiche Europee

Presidenza del Consiglio dei Ministri

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