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L'Europa delle idee: La crescita dei partiti euroscettici, molto rumore per nulla?

16 aprile 2014Parole chiave: ,
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L'Europa delle idee'L'Europa delle idee' è una rubrica della Newsletter del Dipartimento che raccoglie interventi, approfondimenti, analisi e contributi di esperti e studiosi sui più interessanti temi europei d'attualità.

  

La crescita dei partiti euroscettici, molto rumore per nulla?


di Marco Incerti, research fellow del Centre for European Policy Studies


Marco IncertiUna delle preoccupazioni principali degli osservatori delle questioni europee sembra essere il successo che la maggior parte dei sondaggi prevedono per i partiti alla destra dello spettro politico, variamente catalogati come euroscettici, populisti o estremisti.

Mentre è innegabile che diversi Paesi europei siano percorsi da tensioni ed insoddisfazioni montanti nei confronti dell’Unione Europea, soprattutto nella sua veste di portatrice di austerità, è opportuno fare alcune osservazioni per inquadrare il fenomeno, valutarne la portata e soppesarne il possibile impatto. Da quest’ultimo punto di vista, occorrerà poi distinguere fra l’impatto in termini di messaggio politico e tornasole del sentimento dei cittadini, e quello sulla capacità di operare del nuovo Parlamento europeo, che uscirà dalle urne dopo il 25 maggio.

Fra i due, è il messaggio politico il problema da tenere principalmente in considerazione, mentre per quanto riguarda il funzionamento delle istituzioni l’analisi che segue dimostrerà come l’impatto sarà di limitata rilevanza.


Il segnale politico

Senza volersi qui avventurare in una disamina del tipo di segnale che i cittadini vorranno inviare con il loro voto, è da tener presente che la crescita di partiti estremisti ed anti-sistema si inserisce in un più ampio quadro di disaffezione nei confronti della classe politica, più marcata in alcuni Stati membri, e non rivolta unicamente contro l’idea di Europa o le istituzioni di Bruxelles.

Il Front National francese e lo Jobbik ungherese, per citare solo due casi recenti, prima dei significativi risultati alle elezioni europee annunciati da tutti i sondaggi, hanno già ottenuto successi notevoli nelle recenti elezioni nazionali e locali tenutesi nei rispettivi paesi. Il Front National in particolare ha guadagnato terreno anche in zone che gli erano storicamente ostili, presentandosi come unica ‘vera’ alternativa rispetto alle posizioni consensuali ed alla presunta indistinguibilità dei partiti tradizionali, adottando cioè una strategia simile a quella del Movimento 5 Stelle in Italia. Al “PDmenoelle” del movimento italiano sono comparabili i riferimenti di Marine Le Pen, leader del Front National, all'UMPS (crasi di UMP e PS, i due principali partiti francesi, rispettivamente di centro-destra e centro-sinistra).

In questo senso, è vero che la crisi e le scelte da essa imposte hanno reso più stretta la via percorribile dai governanti, riducendo le opzioni politiche e non di rado costringendo i partiti convenzionali a collaborare tra loro nel quadro di più o meno grandi coalizioni, uniche ad avere la legittimità necessaria per imporre misure spesso impopolari.

È però da notare come, in contesti di pari difficoltà e sacrifici sopportati, tali fenomeni non abbiano interessato alcuni Paesi pur soggetti a ‘programmi’ di aiuto internazionale, quali il Portogallo e l’Irlanda, nonché la Spagna, anch’essa duramente colpita dalla crisi. Le capitali di tali Paesi sono sì state investite da imponenti manifestazioni anti-austerità, ed i governanti sono oggetto di severe critiche, ma il malcontento non si spinge fino al voto per partiti estremisti, che d’altronde vi sono pressoché inesistenti. Ciò sembrerebbe provare che la qualità della classe politica e le scelte operate dai suoi esponenti giocano un ruolo importante nell’orientare i cittadini.


L’impatto sui meccanismi istituzionali

Venendo alla valutazione dell’impatto sui meccanismi istituzionali, il primo elemento da tener presente è che la crescita dei partiti estremisti ed euroscettici non si manifesta in forma esponenziale attraverso tutti gli Stati membri.
 
Come ricordato sopra, tali forze sono praticamente assenti in alcuni Paesi, mentre in quelli dove esse sono presenti l’aumento dei voti ottenuti sarà più o meno significativo da Paese a Paese. In effetti, si tende a dimenticare che in alcuni Stati membri i partiti eurocricitici avevano già ottenuto risultati ragguardevoli alle precedenti elezioni.

Per fare solo due esempi, lo United Kingdom Independence Party (UKIP), che si prevede potrebbe ottenere fino al 20% nel Regno Unito, aveva già raggiunto oltre il 16% alle elezioni europee del 2009. Il leader Nigel Farage ha potuto accrescere la popolarità del suo partito anche grazie all’accesso ai media assicuratogli dal suo status di parlamentare europeo (accese le polemiche per la sua frequente presenza, sproporzionata ai voti ottenuti, nel programma “Newsnight” della BBC), ma in termini assoluti il numero dei deputati UKIP non aumenterà in misura significativa. Stando alle previsioni, ed in base al sistema elettorale inglese, dovrebbe ottenere due o tre deputati in più rispetto alla attuale legislatura.

Lo stesso dicasi per il Partij voor de Vrijheid (PVV) olandese, la cui rappresentanza dovrebbe rimanere invariata, essendo il 17% attribuitogli dai sondaggi lo stesso risultato del 2009. E ciò sempre a patto che le polemiche scatenate dai discorsi anti-immigrati di Geert Wilders in occasione delle recenti elezioni locali non conducano addirittura ad una perdita di terreno.

Sulla base delle intenzioni di voto, le principali differenze in termini di aumento del numero dei deputati verranno fatte registrare proprio dal Front National (FN), che potrebbe moltiplicare il numero dei suoi eletti per un fattore di sei (passando dai 3 attuali a 17-18), e dal Movimento 5 Stelle italiano, che ovviamente non era rappresentato alle elezioni del 2009, mentre potrebbe ottenere fino a 19-20 deputati a maggio. [1]

Ma proprio tre dei partiti ricordati qui sopra, UKIP, FN e M5S, importanti in quanto tributari di una significativa percentuale di voti in tre dei più grandi Stati membri (nei quali si elegge un più alto numero di deputati) ci consentono di sottolineare l’aspetto chiave per dare la giusta dimensione al fenomeno dei partiti euroscettici/estremisti.

Nella fattispecie, si tende ad affibbiare tale etichetta ad una galassia di partiti assimilabili solo per le posizioni critiche nei confronti della Unione Europea, ma in realtà assai diversi e frammentati fra loro. In pratica, mentre a livello nazionale esiste un numero non trascurabile di partiti euroscettici (più o meno grandi), sul piano europeo questi non sono abituati, o in alcuni casi disposti, a lavorare insieme.

Ora, il Parlamento europeo riunisce 751 deputati provenienti da 28 Stati membri. Nessun partito nazionale, per quanto grande e per quanto popolato sia lo Stato membro da cui proviene, potrebbe da solo far cambiare il segno dei voti nell’emiciclo di Strasburgo. Per questo motivo i partiti si riuniscono in famiglie politiche europee, che poi danno vita a gruppi politici nel Parlamento (attualmente otto: Partito Popolare Europeo – PPE, Alleanza Progressista di Socialisti & Democratici – S&D, Alleanza dei Liberali e Democrati per l’Europa – ALDE, Verdi, Conservatori e Riformisti Europei, Confederazione della Sinistra Unitaria Europea, Europa della Libertà e della Democrazia – ELD, e non iscritti).

In base a tutti i sondaggi disponibili, le due famiglie politiche che otterranno il maggior numero di seggi sono quelle del PPE e dei Social-Democratici, e non, come talvolta si sarebbe portati a credere, i partiti euroscettici/populisti.

I partiti di protesta, anche a causa del fatto che alcuni di essi sono di recente formazione, si sparpaglieranno invece in due o tre gruppi parlamentari, diluendo così la loro potenziale influenza.

Grafico - Marco Incerti 

Figura 1: Fonte, Parlamento europeo

 

Secondo le regole procedurali del Parlamento europeo, infatti, il fatto di appartenere ad un gruppo politico condiziona una serie di prerogative quali: finanziamenti per l’attività del gruppo, attribuzione di un segretariato (Art. 31), tempo di parola in plenaria (Art. 149), nomina di coordinatori in commissione (Art. 189), ottenimento della presidenza di commissioni e assegnazione di relazioni legislative (entrambe proporzionali alla dimensione del gruppo rappresentato).

Ora, per poter formare un gruppo politico, l’Art. 30.2 prevede che siano necessari almeno venticinque deputati (soglia di non difficile raggiungimento) ma in rappresentanza di “almeno un quarto degli stati membri” cioè sette nell’assemblea che si andrà ad eleggere.

Ad oggi, il solo gruppo ‘euroscettico’ (o eurocritico a seconda delle definizioni) è l’Europa della Libertà e della Democrazia (ELD) al quale appartengono sia lo UKIP che la Lega Nord. La maggior parte degli altri partiti nazionali che si prevede otterranno risultati importanti alle elezioni appartengono invece al gruppo dei non-iscritti (gruppo misto si direbbe in Italia). Nell’attuale parlamento, l’ELD conta 31 membri, mentre il gruppo misto ne include 33.

Il Front National francese è stato fra i più attivi nel cercare di formare una coalizione dei partiti anti-Europeisti, e stando alle ultime notizie [2] potrebbe riuscirvi, riunendo oltre ai propri deputati quelli della Lega Nord, del PVV olandese guidato da Geert Wilders, del FPŐ austriaco (il partito del fu Jőrg Haider), del Vlams Belaang belga, i ‘Democratici svedesi’ (Sverigedemocraterna) ed il 'Partito dei Finnici' (Perussuomalaiset). Questi sono però solo una parte dei partiti dell’arco euroscettico, e viste le dimensioni dei partiti membri, e dei previsti risultati elettorali, un tale gruppo potrebbe arrivare ad avere circa 35 deputati, che ne farebbero la settima forza (su otto) in parlamento. I deputati della Lega e del partito dei finnici inoltre si unirebbero al nuovo gruppo fuoriscendo dall’ELD, che ne risulterebbe perciò indebolito.

Il punto è che esistono profonde differenze ideologiche, come esemplificato dal caso dello UKIP, partito euroscettico ma propugnatore del libero mercato e dello stato di diritto, il quale nonostante numerosi corteggiamenti ha da sempre dichiarato che non intende entrare in una tale coalizione, in particolare viste le posizioni razziste di partiti quali il PVV ed il Vlams Belaang, che risulterebbero indigeste per l’elettorato inglese.

A sua volta il gruppo che il Front National intende formare, che dovrebbe chiamarsi “Alleanza” o “Alleanza per le Libertà” non intende mescolarsi con partiti ancor più estremisti e più o meno apertamente neo-fascisti quali il già menzionato Jobbik e l’Alba Dorata greca, i quali siederanno quindi fra i non iscritti.

Lo scenario più verosimile è dunque quello di due gruppi politici alla destra dei conservatori, l’ELD e l’Alleanza, ciascuno con 30-35 deputati, con un gruppo di non iscritti anch’esso all’incirca della stessa consistenza. Per avere un termine di paragone, il gruppo dei Liberal-Democratici (ALDE) che pure dovrebbe subire un importante ridimensionamento, avrà 60-62 deputati, ed i Verdi, anch’essi malmessi nei sondaggi potrebbero averne oltre 40.

Due partiti di cui non si è qui dato conto sono il tedesco Alternative fűr Deutschland (AfD), e l’Italiano Movimento 5 Stelle. Il primo beneficerà della recente sentenza della Corte Costituzionale tedesca che ha abolito la soglia del 3% per le elezioni europee [3] e potrebbe inviare fino a 6 deputati al parlamento. Non se ne conosce la posizione ufficiale, ma viste la linea politica e le idee dei principali esponenti del partito, non è da escludere che si unisca al gruppo ELD, compensando così la fuoriuscita dei deputati italiani e finlandesi [4].

Il Movimento 5 Stelle invece, stando alle dichiarazioni fin qui rilasciate dai suoi leader, intende adottare la stessa strategia adottata nel parlamento italiano: quella cioè di non entrare a far parte di nessuna alleanza, ma di votare volta per volta in base al proprio programma. Tale approccio rischia di rivelarsi molto improduttivo al Parlamento europeo. Infatti, come ricordato sopra, i deputati non iscritti sono soggetti a limitazioni regolamentari, ed i 19-20 seggi che in base alle proiezioni il Movimento potrebbe ottenere, rappresentano una percentuale poco significativa rispetto ai 751 membri del Parlamento nel suo insieme. Un elemento da tener presente al momento di recarsi alle urne.

Per concludere, si noti che, anche volendo a titolo puramente teorico sommare tutti i potenziali deputati che potrebbero essere eletti nelle fila di tutti i diversi partiti fin qui presi in considerazione, si arriverebbe ad un totale di 120-150 membri. Un numero notevolmente inferiore agli oltre 200 che saranno eletti in ciascuna delle due formazioni PPE e S&D, e soprattutto meno della metà dei 376 voti necessari per una maggioranza assoluta al Parlamento.

Inoltre, al di là della consistenza numerica, è bene ricordare qui altri due elementi che contribuiranno a determinare l’influenza che i partiti euroscettici potranno avere. Il principale è il tasso di coesione interna. Secondo le stime relative alla legislatura che sta per concludersi, i principali gruppi politici nel parlamento hanno un tasso di coesione molto alto. Pur rappresentando 28 diversi partiti nazionali che siedono insieme nel gruppo espressione della famiglia politica, i deputati votano rispettando le indicazioni dei capigruppo in oltre il 92% dei casi. Questa percentuale è dimezzata nel caso dell’ELD, che come già sottolineato è l’unico gruppo ‘euroscettico’ per cui una stima è possibile nell’attuale Parlamento, e che ha votato nel rispetto delle indicazioni in meno del 50% dei casi [5].

Grafico - Marco Incerti 

 

Vista la mancanza di un collante politico, il tasso di coesione dei deputati non-iscritti è evidentemente ancora al di sotto di tale soglia. Quindi, considerato che l’“Alleanza” sarà di opportunità più che strategica, ed il fatto che ad oggi non si conosce il programma dettagliato dell’eventuale gruppo, è da presumere che la coesione interna di questa nuova forza politica non sarebbe delle più alte (per esempio sono ipotizzabili spaccature per quanto riguarda le politiche agricole, o le politiche regionali).

Da ultimo, se tali gruppi vorranno aumentare la propria influenza, dovranno anche partecipare più attivamente alla vita del Parlamento. Per citare solo tre casi, Nigel Farage, leader dell’UKIP, Marine Le Pen, leader del Front National, e Matteo Salvini, leader della Lega Nord, sono tutti e tre già membri dell’attuale Parlamento, ma stando alle statistiche sono fra i parlamentari con il più basso tasso di presenze in occasione dei voti, e la loro partecipazione è a maggior ragione ridotta in occasione dei negoziati informali e nelle riunioni dei capigruppo che tanta importanza rivestono nella presa di decisioni a Bruxelles.

Note:

[1] Elaborazioni dell’autore su dati PE/TNS Opinion, PollWatch.eu ed @electionista

[2] Vedi tra gli altri Salvini: Alle europee alleanza con Le Pen e partiti no-euro, La Repubblica, 29 Marzo 2014

[3] Bundes-Verfassungs-Gericht, sentenza, 2 BvE 2/13 del 26 Febbraio 2014

[4] Vedi sopra 

[5] Y. Bertoncini e V. Kreilinger, “What Political Balance of Powers in the Next European Parliament?”, Notre Europe Policy Paper n. 102


Link correlati:
Ascolta l'intervista di Marco Incerti a Radio 24

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