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L'occupazione femminile: il ritardo dell'Italia rispetto all'Europa

15 febbraio 2010Parole chiave:
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Gli studi più recenti degli organismi internazionali rilevano che i paesi caratterizzati da una minore partecipazione delle donne al mercato del lavoro sono quelli che otterrebbero dall’aumento dell’occupazione femminile un maggior vantaggio in termini di crescita (1)

Risulta che il lavoro femminile non è più un ostacolo alla natalità; anzi, si dimostra che oggi nei paesi avanzati, a differenza di quanto avveniva in passato,  se le donne hanno meno opportunità di occupazione fanno meno figli. Viceversa, la fecondità è maggiore nei paesi ad elevata occupazione femminile. Gli studi sottolineano che i paesi con i tassi d’occupazione più bassi e con un tasso di natalità inferiore sono quelli che hanno una copertura di servizi più bassa, che presentano una minore disponibilità dei padri a prendere congedi parentali, dove le donne hanno un maggior carico di lavoro domestico, dove è più bassa la condivisione del lavoro di cura tra uomini e donne.

L’Unione Europea conferma tale diagnosi e pone, ormai da diversi anni, l’obiettivo dell’innalzamento dell’occupazione femminile al centro delle proprie politiche per lo sviluppo. Ricordiamo, per fare l’esempio più noto, la Strategia di Lisbona, che nel 2000 puntava a raggiungere per la media europea un tasso di occupazione femminile pari al 70 per cento entro il 2010.

Per l'Italia, la situazione attuale del mercato del lavoro femminile si presenta molto debole.
La prima cosa da osservare è che il sistema economico del nostro paese è caratterizzato da un basso grado di coinvolgimento nel mercato del lavoro della popolazione in età attiva, distante da quello dei paesi dell’Unione europea comparabili al nostro per livello di sviluppo economico.

Il tasso di occupazione (vale a dire il rapporto percentuale tra gli occupati di 15-64 anni e la popolazione della stessa classe di età) è l’indicatore più usato in sede nazionale e internazionale per valutare l’evoluzione del mercato del lavoro.
Ebbene, secondo i dati ISTAT, in Italia il tasso di occupazione è pari, nel 2008, al 58,7 per cento, un valore inferiore di circa 7 punti a quello medio dell’Unione europea.
Il risultato dell’Italia, però, esprime e sintetizza un rilevante divario di genere: mentre per gli uomini il tasso di occupazione si colloca al 70,3 per cento, un valore prossimo a quello medio europeo, per le donne il tasso si colloca appena al 47,2 per cento, distante quasi 12 punti da quello europeo. Solo Ungheria e Malta, nella lista dei 27 paesi dell’Unione europea, presentano una situazione del lavoro femminile peggiore di quella italiana.


Grafico 1: Tasso di occupazione della popolazione in età 15-64 anni per sesso nei paesi Ue - Anno 2008 (valori percentuali). Fonte: Istat 2010

grafico 1

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La seconda cosa da osservare è che il fenomeno della bassa partecipazione delle donne al mercato del lavoro è un fenomeno concentrato soprattutto nelle regioni del Mezzogiorno, ove i tassi di occupazione femminili sono inferiori di oltre venti punti rispetto al resto del paese.

 

Grafico 2: Tasso di occupazione della popolazione in età 15-64 anni per sesso e regione - Anno 2008 (valori percentuali). Fonte: Istat, 2010

grafico 2 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un altro importante fattore che incide sullo squilibrio uomini-donne è quello generazionale. Infatti, persino nel Centro Nord, ove la situazione dell’occupazione femminile è migliore, si riscontra una forte differenziazione generazionale: le donne nella fascia d’età 25-44 hanno tassi di occupazione elevati, in media con l’Europa, mentre le donne della fascia d’età più alta mostrano una partecipazione molto più bassa.

Le donne italiane, dopo una certa età, quindi, smettono di lavorare: recenti indagini evidenziano che, nonostante gli ottimi risultati scolastici, esse hanno difficoltà a raggiungere ruoli direttivi e che, a parità di posizione professionale, percepiscono un salario inferiore a quello di un uomo: un “ambiente” che certo non offre un’adeguata motivazione (2)

 


(1) Si è diffuso il termine womenomics per indicare l’attenzione della ricerca economica all’accresciuto ruolo delle donne all’esterno della famiglia. Su questi temi, cfr. Nota Aggiuntiva “Donne, Innovazione, Crescita”, Rapporto sullo stato di attuazione del PNR 2006-2008, Dipartimento Politiche Comunitarie, 2007.

(2) Cfr. Nota Aggiuntiva “Donne, Innovazione, Crescita”, cit..

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