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Gozi: Battaglia a Bruxelles è un'occasione storica per cambiare la governance"

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Il Sottosegretario Gozi, intervistato da Repubblica sulle prossime scelte delle agenzie UE, fiscal compact, e politica degli investimenti: "Battaglia a Bruxelles, è un'occasione storica per cambiare la governance".




Sandro Gozi il 20 novembre rappresenterà l'Italia alla riunione in cui i partner dell'Unione decideranno dove trasferire le due agenzie Ue che lasceranno Londra dopo la Brexit: quella per il farmaco (Ema) e quella per i mercati finanziari (Eba). Per questo insieme al premier Gentiloni e un team di ministri è tra i protagonisti dei negoziati per accaparrarsi i voti necessari a portare l'Ema al Pirellone.

Sottosegretario, Milano ha una candidatura tecnicamente valida ma tra gli altri candidati almeno in quattro hanno buone possibilità Stoccolma, Copenaghen, Vienna e Amsterdam. Come vanno i negoziati?
È un lavoro di squadra che sta procedendo in modo intenso e positivo grazie all'impegno del premier Gentiloni e dei ministri Alfano, Lorenzin e Amendola. Ma la gara è difficile a causa del sistema di voto, che ricalca quello olimpico, sul quale abbiamo sempre espresso perplessità.

Parla del voto segreto, con una prima votazione in cui ogni paese esprime tre preferenze che valgono rispettivamente 3, 2 e 1 punto. Se non c'è un vincitore i primi tre passano al secondo turno, con un voto a paese e in caso poi il ballottaggio tra i primi due. Qual è il problema?
Questo meccanismo annacqua i valori tecnici delle candidature, il paese con meno chance, la candidatura più debole vale come quella tecnicamente migliore in un denso reticolato di contatti riservati, scambi di favori e di voti ancor più fitto se si considera che si dovrà scegliere anche la sede dell'Eba. Insomma, 19 candidature per Ema, 6 per Eba moltiplicate per 27 paesi e un notevole numero di dossier che si sovrappongono.

Come andrà?
Vista la complessità dei negoziati è difficile fare previsioni, anche se penso che non sarà facile che una candidata possa vincere già al primo turno, per farlo dovrebbe prendere 3 voti da 14 paesi.

Chi sono i competitor più temibili?
Le cinque città che ha elencato sono le più forti e bisogna aggiungere Bratislava, tecnicamente molto debole ma sulla quale i paesi dell'Est stanno portando avanti con grande determinazione un'operazione geopolitica. Diciamo che ognuno di noi può rischiare di non andare al secondo turno per un paio di voti o di farcela magari per uno solo.

Come negozia l'Italia?
E’ una campagna intensa con contatti permanenti a margine dei vari consigli dei ministri Ue o dei vertici tra leader. E poi viaggiamo moltissimo nei vari paesi per costruire alleanze, scambi di voto o impegni politici su altri temi.

Puntiamo su un blocco geografico di Paesi del Sud?
No, guardiamo in tutte le direzioni con alleanze ad ampio raggio. Lavoriamo sia sul prima voto che sugli altri due.

Scontiamo qualche debolezza, come i nostri conti pubblici?
No, questo tema non è proprio mai entrato nei negoziati e poi ci sono altri concorrenti che hanno ben altre debolezze sistemiche, basti pensare a Bratislava la cui candidatura è piena di falle tecniche.

I negoziati per la presidenza dell'Eurogruppo rischiano di intrecciarsi a quelli per le agenzie?
Al mio livello di trattative nessuno ha mai proposto uno scambio simile.

Le battaglie italiane in Europa non finiscono con Ema ed Eurogruppo: c'è ad esempio la nuova governance dell'eurozona da approvare entro giugno. Quali sono i paletti del governo?
Per noi non si tratta semplicemente di completare il sistema attuale, ma di riformarlo del tutto cancellando l'austerità sgorgata dalla crisi nel 2011. Su questo punto abbiamo forti convergenze con Macron, in particolare sulla necessità di avere una vera politica degli investimenti, tanto a livello europeo con un bilancio ad hoc dell'eurozona quanta a livello nazionale.

Cosa intende "a livello nazionale”?
I singoli governi devono avere maggiori margini di investimenti e per questo vogliamo che questi vengano scomputati dalla spesa corrente in modo da non essere conteggiati nel deficit.

La golden rule, un vecchio pallino italiano mai passato.
Sì, ma prima non c'erano i criteri per distinguere tra investimenti e spesa corrente. Ora invece basterebbe applicare quelli del piano Juncker agli investimenti nazionali scomputando dal deficit quelli che appunto rientrano negli obiettivi del programma lanciato dal presidente della Commissione Ue.

Ma intanto si parla di inserire il Fiscal Compact nei trattati europei.
Non ci sono le condizioni perché questo avvenga e infatti ho notato un cambiamento semantico, ora a Bruxelles si parla di inserire parte del Fiscal Compact nel diritto secondario dell'Unione. E’ una bella differenza. Aspettiamo comunque di conoscere le proposte di Juncker e poi valuteremo anche se per noi è necessario che pure maggiore flessibilità venga prevista nel diritto comunitario. Così come non faremo mai passare la nascita di un ministro delle finanze che applichi le regole sui conti in modo più rigido: per noi dovrà essere una figura che fa politica espansiva e grazie a un bilancio proprio promuova investimenti agendo sot to il controllo democratico del Parlamento europeo, come propongono Juncker e Macron. D'altra parte apprezziamo anche la loro proposta di un presidente unico della Commissione e del Consiglio europeo cosí come siamo contenti che il presidente francese appoggi la nostra proposta di usare i seggi all'Europarlamento lasciati liberi dai britannici per creare delle liste transnazionali dalle elezioni per Strasburgo del 2019.

(intervista a La Repubblica Affari & Finanza, di Alberto D’Argenio)

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