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Tornare al 3 per cento di Maastricht per il rilancio dell'Italia

20 agosto 2017Parole chiave: , ,
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Il Sottosegretario Gozi replica sul Corriere della Sera ad un articolo di Lorenzo Bini Smaghi pubblicato il 13 agosto per spiegare come l'obiettivo di tornare a puntare al 3 per cento di Maastricht non significa mettere in discussione la UE ma semplificare i parametri di bilancio e migliorare la governance dell'Unione e il suo funzionamento. 


Caro direttore, sul Corriere della Sera del 13 agosto Lorenzo Bini Smaghi mette in guardia dai rischi della politica, fortemente sostenuta da Matteo Renzi, del «ritorno al 3 per cento di Maastricht». Secondo Bini Smaghi, puntare sul semplice rispetto del 3 per cento come massimo deficit ammissibile del bilancio di un singolo Stato metterebbe in pericolo anche il resto dell'architettura europea che su questo e altri parametri ha costruito regole stringenti per i paesi dell'Unione. Senza polemica, ci tengo a dire che nessuno, nel Pd, vuole mettere in discussione la tenuta della Ue. Anzi. Lo scopo di semplificare i parametri di bilancio, riducendoli a uno solo, è migliorare la governance dell'Unione e il suo funzionamento.

Ma se l'Europa vuole rafforzarsi, e so che questa motivazione è la stessa da cui parte Bini Smaghi, deve far crescere la sua credibilità politica ed economica. Ancora oggi dobbiamo constatare che in troppi paesi dell'Unione le riforme strutturali sono ferme al palo e gli investimenti scarseggiano, zavorrando la maggior parte delle economie.

La proposta di ancorarsi al 3 per cento di deficit massimo, per un periodo compreso fra i tre e i cinque anni, cioè nell'ottica di una legislatura e attraverso un Partenariato con l'Ue, va nell'unica direzione possibile per risollevare le sorti europee: far crescere il pil. Solo con riforme e investimenti, infatti, si ottiene la famosa crescita del denominatore, l'unica in grado di ridurre il rapporto debito/ pil. Tornare al 3% sul deficit non significa quindi ignorare il debito pubblico.

Da Maastricht in poi l'Europa non ha fatto altro che aggiungere obblighi, attraverso tecnicismi complicati, che spesso hanno portato a risultati controproducenti nella stragrande maggioranza dei paesi. Il nostro obiettivo è correggere l'eccesso di regole fiscali, cercando di tenerci le cose buone (come la riforma del 2005) e superando alcune delle regole assurde più recenti (come vari cambiamenti introdotti nel 2011). Una battaglia iniziata da Renzi al Vertice di Ypres in giugno 2014, da molti, allora, considerata velleitaria. Invece proprio da lì è iniziata la giusta revisione dell'austerity europea.

Ci opponiamo, come Pd, all'inserimento del Fiscal Compact nei trattati, puntando all'obiettivo di modificarlo e superarlo. Ad esempio, riproponendo lo scomputo degli investimenti produttivi dal calcolo del deficit, magari usando proprio i criteri applicati dal Piano Juncker.

Tornare al 3% di Maastricht significa allora mantenere le modifiche «intelligenti» apportate al Patto di stabilità e crescita nel 2005 (a partire dagli incentivi alle riforme strutturali) e superare le novità «stupide» inserite nel 2011 con i vari incomprensibili «Pack» (in particolare, introduzione della regola del debito e accanimento del monitoraggio con sistema sanzionatorio). Oggi siamo in una nuova fase rispetto ad allora e dobbiamo agire pensando alla crescita e alla lotta contro la disoccupazione, non rimanere ancorati agli errori di ieri.

Per gli stessi motivi, l'Italia e altri paesi hanno duramente contestato dal 2014 íl calcolo del deficit strutturale, evidenziando sia i limiti che l'infondatezza teorica nel calcolo. Quella che va quindi evitata è la richiesta continua di «compiti a casa», atteggiamento che ha raggiunto l'apice nel 2011.

Oggi all'Europa serve una visione che vada oltre il breve periodo e il rientro in parametri astratti. Se l'Europa non sarà capace di diventare più costruttiva, meno arcigna in termini di bilancio e più politica nell'organizzare la sua governance, non ci sarà più nessuna Europa. E questo, certamente, non è quello che vuole il governo, né quello che vuole il Pd, né quello che auspica Bini Smaghi.
Sandro Gozi

Dipartimento Politiche Europee

Presidenza del Consiglio dei Ministri

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