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"Svolta in sei mesi o l'Unione finisce"

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(Intervista di Avvenire al Sottosegretario Sandro Gozi )
 

La deadline è già fissata: 25 marzo 2017, 60 anni dalla firma dei Trattati di Roma: «Se lì riusciremo a dare una nuova visione, bene. Altrimenti quel giorno rappresenterà l'inizio della disintegrazione». È lapidario Sandro Gozi. A fronte delle parole sempre più pesanti che volano sulla rotta Roma-Bruxelles-Berlino, il sottosegretario agli Affari europei ricorda la vera posta in gioco: «Continuo a leggere che l'Italia fa "baccano" per lo 0,1 per cento di flessibilità in più o in meno. Sciocchezze. Noi stiamo ponendo il problema del futuro dell'Europa. Lo facciamo per la nostra tradizione europeista e per onorare il grande contributo all'Ue di italiani come Carlo Azeglio Ciampi. Se da qui al 25 marzo non avremo una vera strategia su crescita, sicurezza e immigrazione possiamo chiudere la baracca. Lo status quo è la premessa dello smembramento».

Proprio sull'immigrazione Renzi ha detto che l'Italia è pronta a fare da sola. Cosa vuol dire?
Noi abbiamo indicato l'unica strada possibile: agire all'origine, coinvolgere i Paesi africani, avviare
negoziati con i singoli Stati come indicato nel Migration compact, da tutti molto apprezzato. Ma poi nei fatti l'Europa balbetta, addirittura l'Africa non viene citata alla fine del vertice di Bratislava.

Come possiamo muoverci autonomamente?
Renzi sin dal primo giorno ha puntato sull'Africa. Sia lui sia Mattarella sono tornati dopo lunghi anni di assenza italiana nei Paesi sub-sahariani. Insomma, noi abbiamo posto le condizioni per avviare, come governo nazionale, strategie bilaterali efficaci ed immediate. Ma è chiaro: la nostra speranza è che l'Europa torni se stessa e faccia quel che deve fare. Le risorse comunitarie ci sono. Ci sono i fondi per la cooperazione allo sviluppo da legare molto di più a nuovi impegni sull'immigrazione, c'è ora il nuovo
piano Junker che dovrebbe muovere 30-40 miliardi di investimenti pubblici e privati. Non è un problema di soldi, almeno per iniziare una nuova strategia. Ci vuole solo determinazione e fermezza politica.

Resta la sensazione che su immigrazione ed economia la cancelliera Merkel abbia problemi interni che poi "scarica" sull'Italia. È da leggere così l'intervista di Weidmann?
Weidmann è il presidente della Banca centrale tedesca, non rappresenta il governo federale. Sul tema delle clausole di flessibilità la nostra posizione è chiara e ormai stanca anche ripeterla: il Patto di stabilità e crescita prevede la regola della flessibilità, che prima non era utilizzata e che su impulso del nostro governo è stata riportata alla sua giusta evidenza. La flessibilità non è una gentile concessione, è messa nero su bianco. Ma a prescindere dagli aspetti formali, ce n'è uno sostanziale: negli anni dell'austerity la crescita si è ridotta, la disoccupazione è aumentata e il debito è cresciuto. C'è una sola parola per definire questa cura: fallimento. Usare la flessibilità per aiutare la crescita è oggi la principale strategia da perseguire, utile poi anche per abbattere il debito pubblico.

L'Italia potrebbe, per tutta risposta, sforare il "totem" del 3 per cento?
Il momento è così serio che nessuno può consentirsi dispetti o schermaglie sullo 0,1 in più o in meno. Noi non lo faremo di certo. Ci sono grandi problemi che hanno bisogno di grandi politiche. E ciò che non si è visto a Bratislava.

E possibile fare "grandi politiche" con governi che non ne vogliono sapere di cooperare?
Noi dobbiamo proporre a tutti i 27 Stati un nuovo patto politico per l'Europa. Ed essere inclusivi nella proposta. Poi chi vuole dovrà poter andare avanti con chi ci sta. Ciò che deve cambiare è che nessuno dovrà più avere il potere di veto e sbarrare la porta del futuro per piccoli egoismi nazionali.

Sulle tensioni con l'Ue pesano le fibrillazioni delle cancellerie in vista del referendum?
Non ci sono fibrillazioni. Ci sono legittime attese che nulla tolgono alla sovranità dei cittadini. L'Italia è un grande Paese e ciò che vi accade ha ricadute sugli altri Stati. I nostri partner sperano
che il processo delle riforme possa continuare con la vittoria del sì, che non ci si consegni all'immobilismo come accaduto negli ultimi 30 anni. I cittadini italiani hanno la possibilità di dimostrare che le istituzioni si possono adattare ai nuovi tempi per realizzare meglio, e non peggio, i grandi obiettivi fissati nella prima parte della Costituzione. Se dimostriamo di saper cambiare l'Italia, sarà poi più facile pretendere che a cambiare sia anche l'Europa. Il referendum può rendere più forte il Paese e l'intera Ue.
Marco Iasevoli

Dipartimento Politiche Europee

Presidenza del Consiglio dei Ministri

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