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"Ancora troppe ambiguità e poco coraggio, rilanceremo la crescita al vertice di Roma"

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(Intervista del Sottosegretario Sandro Gozi al Messaggero)


Cosa succede sottosegretario Gozi? Il direttorio con Merkel e Hollande si è già sgretolato?
«Non c'è mai stato un direttorio. Noi non siamo per l'Europa dei direttori: l'Unione in questo momento non ha bisogno di esclusioni, ma di darsi la forza e il coraggio necessari per compiere la maratona che da Bratislava la porterà al vertice del 25 marzo a Roma quando verranno celebrati i 60 anni dei trattati fondativi dell'Unione. Siamo chiamati tutti ad assumerci responsabilità politiche particolari».

La partenza non è stata delle migliori.
«Purtroppo è così. E' stata una partenza lenta. E siccome, dopo lo choc della Brexit, della recessione, del terrorismo e del dramma dei migranti, nessuno ha bisogno di ambiguità costruttive o formule diplomatiche ma di dibattiti franchi e di cambiamenti forti, il presidente Renzi ha manifestato con chiarezza la sua insoddisfazione su due punti fondamentali: crescita e Africa».

Partiamo dai migranti: a Bratislava si è parlato ancora di Turchia, ma non dei paesi africani da cui originano i flussi.
«E' vero. Il Migration compact è stato confermato ed è positivo, ma non c'è stata una chiara assunzione di responsabilità. Non è stato affermato chiaramente, come noi invece chiedevamo, che uno dei capisaldi della nuova Europa da costruire è la creazione di un rapporto strategico con l'Africa in modo da arginare all'origine i flussi migratori. E in una dichiarazione come quella di Bratislava, che dovrebbe portare al nuovo patto politico europeo da sottoscrivere a Roma nel marzo prossimo, l'esitazione e il balbettio nel pronunciare la parola "Africa" è stato un pessimo segnale. Da qui il nostro allarme, quel dire: così non va, ripartiamo con più coraggio e slancio».

Non va anche perché non c'è un impegno sui rimpatri europei e sulla redistribuzione in tutti i Paesi europei dei rifugiati?
«E' importante che a Bratislava sia stata sancita l'attivazione, entro la fine dell'anno, della nuova guardia costiera e della polizia di frontiera europee da noi proposta durante il semestre di presidenza Ue. Ma non basta. Non è stato infatti ricordato esplicitamente che uno dei compiti essenziali della polizia europea delle frontiere esterne è l'organizzazione dei rimpatri. E questa è un'altra ambiguità che l'Europa non può permettersi: va ribadito chiaramente, nero su bianco, che la polizia di frontiera europea non può limitarsi a salvare i migranti in mare e a portarceli in Sicilia. Inoltre la questione della redistribuzione dei richiedenti asilo tra tutti i Ventisette è fondamentale: limitarsi a dire, come è scritto nel documento di Bratislava, che bisogna far valere il principio della solidarietà nella gestione dei flussi migratori, è davvero troppo poco. L'Italia fa la sua parte e chiede che gli impegni si rispettino tutti: abbiamo preso delle decisioni sulla redistribuzione dei richiedenti asilo, ora vanno pienamente attuate».

Renzi ha detto che è pronto a stringere da solo patti con i Paesi africani. Ma sembra un bluff.
«Non è un bluff, se l'Unione resterà immobile e non darà seguito concreto al Migration compact, andremo avanti da soli. Ma per l'Europa sarebbe un fallimento clamoroso, dimostrebbe una gravissima incoerenza con le decisioni già prese. Per noi però fa fede l'importante impegno di Juncker che nel suo discorso sullo stato dell'Unione con coerenza ha finalmente presentato un piano di investimenti per l'Africa tra i 3 e i 5 miliardi, che dovrebbe mobilitare fondi trai 30 e i 50 miliardi».

Il j'accuse di Renzi riguarda anche il fronte economico. Sostiene che va cambiato il fiscal compact.
«A Bratislava è stato indicato un obiettivo molto importante, quello di 'creare un futuro economico promettente per tutti, preservare il nostro modo di vivere e offrire migliori opportunità ai giovani'. Ebbene, se c'è stato il bisogno di scrivere queste parole nelle conclusioni del vertice, è perché negli ultimi dieci anni le scelte europee in materia economica non sono state efficaci».

Ma si può cambiare o no il fiscal compact?
«Renzi ha ricordato una cosa che è scritta esplicitamente proprio nel fiscal compact: alla fine del prossimo anno si dovrà fare una valutazione di come ha funzionato e si dovrà decidere se, e come, integrarlo nei trattati europei. La stessa commissione si è impegnata a presentare a marzo 2017 delle proposte per una nuova governance della zona euro. Per questo era fondamentale per noi che nel vertice di venerdì venisse messo nero su bianco l'impegno dell'Unione a ripensare la propria politica economica e a darsi una nuova strategia per la crescita. Il fatto che non ci sia questo impegno per noi non è positivo e l'abbiamo detto chiaramente. E', appunto, una partenza troppo debole e limitata dopo l'uscita della Gran Bretagna dall'Unione e dopo dieci anni di crescita decisamente bassa innescata da politiche economiche e sociali che non hanno portato i risultati sperati. Ma non ci arrendiamo: siamo solo all'inizio di un processo in cui tutti i Ventisette hanno detto di volersi impegnare. E nei prossimi sei mesi lotteremo perché le nuove strategie economiche per la crescita siano indicate a Roma nel nuovo patto politico per l'Europa».

Forse dimentica che nelle Cancellerie c'è una forte massa critica innamorata del rigore. Non è più probabile che si sgretoli definitivamente l'Unione, piuttosto che convincere i tedeschi & C. a rinunciare alle regole di bilancio?
«Non vorrei che l'Europa invece di crollare a causa di un forte scontro politico, si spegnesse lentamente per inerzia. Ed è quello che l'Italia vuole evitare: l'Unione può essere la soluzione alle tante crisi attuali, ma deve uscire dallo status quo. E' per questo usiamo toni franchi e proponiamo cambiamenti forti».
A.Gen.

Dipartimento Politiche Europee

Presidenza del Consiglio dei Ministri

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