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"Regge l'accordo Europa-Turchia, la rotta balcanica preoccupa meno"

10 agosto 2016Parole chiave: , ,
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(intervista del Mattino al Sottosegretario Gozi)


Il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri con delega agli affari europei, Sandro Gozi esamina i nodi delle ultime vicende internazionali legate al problema migranti e gli scenari che si prospettano in Turchia.

Sottosegretario Gozi, cambia qualcosa nelle politiche europee sulla Turchia, dopo l'incontro tra Erdogan e Putin?
«Si è trattato di un incontro che ritengo rilevante, sia perché apre una nuova pagina nei rapporti economici tra Russia e Turchia, sia perché offre possibilità di impegno maggiore nello scenario mediorientale, soprattutto in Siria. Detto questo, credo che nelle relazioni tra Turchia e Unione europea cambi poco».

Che riflessi più generali, invece, ritiene possa avere l'incontro tra Erdogan e Putin?
«Sembra che abbiano discusso molto della Siria, dove sono da affrontare le gestioni del conflitto in corso e della crisi. Che ci sia una nuova possibile intesa tra Turchia e Russia in quello scenario è positivo anche per l'Unione europea».

Ha fiducia nel rispetto degli accordi sottoscritti dalla Turchia con l'Ue, sugli oltre due milioni di profughi siriani che ospita nei suoi confini?
«Ritengo di sì. Al di là della propaganda ad uso interno, non vedo veri motivi al momento perché quegli accordi non vengano rispettati. La stessa recente convergenza tra governo e alcune forze di opposizione lo fa pensare. Preoccupa invece la persistente esclusione dal dialogo del partito curdo e ancora di più il rispetto dello Stato di diritto e delle libertà fondamentali».

I bombardamenti americani sulla Libia, invece, crede possano alimentare nuovi flussi di migranti?
«Non vedo legami tra i due eventi. Già ora gran parte dei migranti passa per la Libia, per questo, sosteniamo sin dall'inizio il governo di unità nazionale di quel Paese».

Ci sono segnali di spostamenti di flussi migratori attraverso l'Albania? Il governo è preoccupato che lì si possa aprire un nuovo varco per i profughi?
«Sull'Albania non abbiamo preoccupazioni particolari al momento. Con il governo albanese, da tempo ci sono accordi saldi di grande cooperazione. In verità, al momento la rotta balcanica non ci tiene più in ansia come prima».

Perché?
«Stanno funzionando le intese con la Turchia ed è migliorato l'intero sistema di accoglienza migranti in Grecia. La rotta balcanica non crea più tensioni e nell'Adriatico si sta consolidando un sistema di cooperazione sempre migliore».

Cosa pensa dell'emergenza di questi giorni a Ventimiglia, ma anche a Como e Milano?
«Gli accordi europei prevedono che il Paese dove sbarcano i profughi debba identificarli ed esaminare le loro richieste di asilo. Una volta identificato, nessuno può varcare la frontiera e deve aspettare la decisione sulla sua domanda d'asilo. Per questo, dico che è perfettamente inutile che i migranti si spostino per cercare di andare in altri Paesi».

Come viene affrontato questo nuovo problema?
«Dobbiamo migliorare la sistemazione logistica dei profughi, che deve essere sempre più capillare sul suolo nazionale. Inutile che tentino di varcare le frontiere in Svizzera o Francia. Allo stesso momento, abbiamo aumentato il numero di commissioni per l'esame delle richieste d'asilo, velocizzando le procedure».

Il problema resta per chi non ha diritto all'asilo?
«Sì, è il problema delle espulsioni di chi non ha i requisiti richiesti per restare. Riteniamo che, su questo tema, ci sia bisogno una più forte assunzione di responsabilità comune dell'Europa».

I migranti non accettano le regole concordate in Europa?
«Credo pensino di potersi spostare sul suolo europeo al di fuori delle regole. Ci sono poi i no border e altri irresponsabili che incoraggiano i loro tentativi a varcare le frontiere. Non è possibile. Ma di sicuro abbiamo evitato che in Italia possa riproporsi una nuova Calais».

Restano le espulsioni, l'elemento più delicato da regolare?
«Deve farsene carico l'intera Europa. A giugno, al vertice europeo si è deciso di investire in accordi con gli Stati africani di provenienza dei profughi. In cambio di aiuti sul ritorno dei loro connazionali, quei Paesi riceverebbero piani di investimenti che coinvolgono anche privati. Insomma, un impegno condizionato: riprendersi chi non ha diritto a restare in Europa in cambio di aiuti economici sul loro territorio, per affrontare le vere cause dei flussi».
Gigi Di Fiore

Dipartimento Politiche Europee

Presidenza del Consiglio dei Ministri

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