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«La Generazione Erasmus è al potere, ora deve agire»

6 maggio 2016Parole chiave: ,
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(intervista di Sette - Corriere della Sera al Sottosegretario Gozi)


L'edizione appena uscita in Francia ha un titolo ancora più categorico: Génération Erasmus: ils sont déjà au pouvoir (in Italia è uscito, da Egea-Università Bocconi, con il titolo Generazione Erasmus al potere: il coraggio della responsabilità). Il senso resta comunque lo stesso: c'è oramai, al vertice dei vari governi europei, un gruppo di ex ragazzi che all'università condivisero valori e viaggi in tutto il Continente col programma di scambio studenti che ha quasi 30 anni e tre milioni di partecipanti. Proprio come Sandro Gozi, sottosegretario italiano alla presidenza del Consiglio con delega agli Affari europei, autore del libro. Ma com'è, questa Generazione Erasmus? E lei, come è entrato a farne parte? «A me, l'Erasmus ha cambiato la vita. Ero già stato all'estero, ma mi ha dato l'opportunità di studiare, a Parigi, da europeo e da francese, cittadino europeo consapevole a tutti gli effetti. Soprattutto, mi ha aperto la mente, mi ha insegnato a stare insieme nella diversità. Vivevo con altri universitari francesi: all'inizio nel 18° arrondissement, dietro Montmartre, poi al boulevard Voltaire, di fronte al Bataclan. Fu naturale per i compagni invitarmi, per esempio, come fossi uno di loro, al grande dibattito alla Sorbona fra Francois Mitterrand e Philippe Séguin sul sì e il no al trattato di Maastricht».

C'è stato mi cambiamento antropologico fra gli erasmiani "pionieri" come lei e le ultimissime versioni?
«La costante è, per tutti, di vedere l'Erasmus come un'esperienza - di studio, professionale e di vita - formativa. Invece oggi è molto diminuita la consapevolezza della "rivoluzione di velluto" che questo programma ha comportato, la libertà che ha introdotto nel vivere l'Europa da europeo. Io, per andare da Bologna a Parigi, prendevo il treno Galileo, la sera, per essere alle 7 di mattina alla Gare de Lyon. Non c'erano le compagnie aeree low-cost. Oggi i ragazzi non possono ricordare neanche che bisognava cambiare le lire in franchi: danno l'abbattimento delle barriere fra i Paesi come scontato, ma scontato evidentemente non è».

C'è anche la Brexit che incombe sotto molti punti di vista.
«Tutto può succedere, infatti. Ma noi dobbiamo farci trovare pronti in tutti gli scenari. L'Europa andrà rilanciata comunque, a partire da storie di successo come l'Erasmus qualunque sia l'esito del referendum britannico. Se va bene, non possiamo dire semplicemente "che sollievo" e tornare al "business as usual": dovremo invece approfondire la nostra parte dell'accordo tra Ue e Londra. Se vince il no, di fronte a forti rischi di disintegrazione europea andrà rilanciato un progetto politico di libertà. La logica dovrà comunque essere proprio quella Erasmus: occorrerà moltiplicare le opportunità che l'Ue può offrire ai cittadini».

Mentre oggi l'Ue è spesso percepita come il soggetto che produce rigidità...
«Questo è l'altro aspetto dei Millennials, a cui appartiene anche la nuova Generazione Erasmus: vedono l'Europa come moltiplicatore di vincoli. O anche qualcosa a cui non c'è alternativa. Ma se arrivano a pensare che non vi sia una strada diversa da quella proposta da Bruxelles, è chiaro che rigetteranno l'intera Unione. Al contrario dobbiamo applicare la logica Erasmus - una visione transnazionale - al dibattito sulle questioni principali, in modo da far emergere soluzioni politiche alternative. Questo è il punto: occorre abbattere finalmente le frontiere "pre-Erasmus" della politica e trovare risposte transnationali».

Nel libro lei sottolinea come la Generazione Erasmus sia già al potere. Qual è il linguaggio comune che gli erasmiani parlano al vertice delle istituzioni?
«La prima cosa che ci lega sta nel fatto che tutti noi erasmiani, quando parliamo delle politiche e di ciò che accade nei vari Stati membri dell'Ue, ci confrontiamo come se fossero problemi che accadono nel nostro Stato e che ci riguardano direttamente. Questo si vede subito, fin dalle prime parole dell'incontro, dal livello di informazione di ciascuno. La seconda è che la dimensione "europea" della politica, per tutti noi, è il terreno di gioco naturale, anche quando le si affronta per il proprio governo: l'immigrazione, il cambiamento climatico, la digitalizzazione...».

Dove sono altri erasmiani "al potere"?
«C'è il finlandese Alexander Stubb, ministro delle Finanze ed ex premier, poi Emmanuel Macron, responsabile nel governo di Parigi per Economia, Industria e Digitale. C'è Michael Roth, ministro tedesco per gli Affari Ue, che viveva da ragazzo a pochi chilometri dal Muro e oggi rappresenta la politica europea di Berlino. In Svezia è un "erasmiano" anche Mikael Damberg, il nuovo potente ministro che riunisce Imprese, Innovazione, Agricoltura, Infrastruttura, che è della mia parte politica. Ora, per la prima volta, Italia e Svezia stanno facendo iniziative insieme per la costruzione dell'Europa digitale. Non si tratta di essere d'accordo sempre su tutto, ma lavoriamo con la stessa ottica».

Esiste un Pantheon comune, per la Generazione Erasmus? Dai grandi federalisti come Altiero Spinelli in giù...
«Meno di quanto si possa pensare, in effetti. C'è la volontà di vivere da europei. Che questo avvenga nel nome dei padri fondatori come Spinelli, però, non lo direi. Se poi lo chiede a me, penso che noi - con tutto il rispetto per i padri fondatori - ci si debba comportare più come figli ri-fondatori. È il nostro tempo: dobbiamo essere proiettati verso il futuro e verso il cambiamento».

Riconosce qualche debolezza a questa generazione?
«Ci siamo confrontati solo adesso con la reversibilità del processo. Aver pensato che oramai fossimo alla "fine della Storia" e che tutto fosse ineluttabile ha fatto sì che ci siamo lasciati prendere di sorpresa dai momenti di crisi profonda dell'Europa. L'eccesso di ottimismo è stato ingenuo, anche se dovuto alla spinta di fine Guerra Fredda».

La crisi dei migranti, in effetti, fa pensare molto su quanto l'Europa abbia le risposte per superare gli egoismi nazionali.
«Questa è la crisi più pericolosa che l'Europa abbia vissuto dalla sua creazione. Molto più di quella finanziaria. Rimette in questione i fondamenti: innanzitutto il superamento delle frontiere, che erano state trasformate da luogo di scontro e di guerra a luogo di incontro e cooperazione. C'è chi vuole tornare alle divisioni. Erasmus e Schengen sono invece sinonimo di libertà. Ma è pericolosa anche perché rimette in discussione un altro caposaldo dell'Europa: la diversità come valore positivo che arricchisce dal punto di vista culturale, economico, politico. La diversità da fattore positivo diventa un freno. È molto insidioso. La gente ha la percezione che gli Stati nazionali non siano in controllo della situazione: ed è vero che non siamo in condizione di controllare i flussi migratori. Ecco perché ora serve avviare una politica europea di integrazione».

E la Generazione Erasmus che può fare?
«Ha la responsabilità di portare a un Erasmus universale, di aprire la possibilità e incoraggiare tutti i giovani a farlo. È così che da fenomeno ristretto diventa di massa».

Un passaggio in questa direzione può essere il protocollo d'intesa appena siglato tra Italia e Francia per un progetto pilota sul servizio civile europeo.
«Ne è una conseguenza logica. Per costruire questa Europa della cittadinanza e della politica transnazionale, bisogna aprire l'Ue nel maggior modo possibile: dare quindi la possibilità a giovani volontari (per ora 100, ndr) di prestare il proprio servizio - in tutto o in parte - in un altro Paese, significa applicare la logica "Erasmus" al mondo del volontariato».

di Edoardo Vigna

Dipartimento Politiche Europee

Presidenza del Consiglio dei Ministri

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