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«Finita l'era delle cerimonie ben vengano le frasi ruvide. Ora riformare le istituzioni»

17 gennaio 2016Parole chiave: , ,
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(intervista del Corriere della Sera al Sottosegretario Gozi)


«In Europa non è più tempo di protocollo e cerimonie e l'Italia fa bene ad alzare la voce. Fa bene a porre le basi di un franco dibattito sulla riforma delle istituzioni dell'Unione che va assunta come impegno a partire dal 2017, l'anno in cui cade il 60esimo anniversario dei Trattati di Roma. La nostra posizione è condivisa anche dai «5 presidenti» (Commissione, Parlamento, Bce, Consiglio, Eurogruppo, ndr) che già nel 2015 hanno tracciato l'inizio di una "fase 2" per le istituzioni europee nel 2017».

Sandro Gozi, sottosegretario agli Affari europei, è convinto che le sciabolate scambiate tra il presidente della commissione Ue, Jean-Claude Juncker, e il premier Matteo Renzi siano «salutari» per il futuro del Vecchio Continente: «Non riteniamo certo che oggi ci siano le condizioni politiche per arrivare alla riforma delle istituzioni e dei trattati, e su questo nel governo non c'è alcun malinteso, ma abbiamo l'impressione che qualcuno a Bruxelles voglia rinviare il tutto alla nuova legislatura, dopo il 2019. E questo l'Unione non può proprio permetterselo».

Juncker non ha gradito i toni ruvidi.
«Non c'è nulla di personale. Ma dobbiamo dire che continuando sulla strada della tecnocrazia e dell'austerità l'Europa non ha futuro».

Una volta incassato il risultato, su flessibilità e conti pubblici l'Italia poteva adottare una posizione defilata?
«Nessuno può dire "l'Europe c'est moi". L'Unione è un'impresa politica e per questo ben venga la dialettica, anche con toni ruvidi. E va anche sgomberato il campo dalle approssimazioni: la flessibilità sta nel Fiscal compact. Non è una concessione. La flessibilità non veniva utilizzata e così, al Consiglio europeo di giugno 2014 durante la nostra presidenza, è stata l'Italia per la prima volta a chiederne l'applicazione. Poi la Commissione ha fatto la sua comunicazione».

Sugli immigrati qual è la politica di alleanze dell'Italia?
«Fin dal 2014 abbiamo sostenuto che vanno riformate le regole di Dublino e rafforzate quelle di Schengen: da un lato c'è da rivedere la regola del primo ingresso per le richieste d'asilo e, dall'altro, la sorveglianza della frontiera esterna. Su questi temi siamo in buona compagnia. Ad esempio con la Germania e la Svezia».

Perché l'Italia sta ponendo problemi sulla destinazione di fondi alla Turchia?
«Sulla Turchia, e sulla sua integrazione con l'Europa, non abbiamo mai cambiato posizione: siamo convinti, ma già lo sono stati i governi di Prodi e di Berlusconi, che questo sia un passo necessario. Ora non siamo contrari a destinare fondi alla Turchia per affrontare l'eccezionale flusso di profughi in arrivo dalla Siria. Chiediamo solo di verificare se le somme sono rintracciabili nel bilancio dell'Ue».

Nel 2017 cadono i 60 anni dei Trattati di Roma. Per quella data, qual è l'obiettivo minimo per il governo?
«A primavera del 2017 ci sono le elezioni in Francia, in autunno si vota in Germania...».

Forse anche in Italia.
«No, noi puntiamo al 2018. Per la fine del 2017, a valle del dibattito politico che vogliamo avviare già ora, l'Unione deve assumere l'impegno di iniziare il processo di riforma delle istituzioni e dei trattati. Tergiversare ancora sarebbe fatale. E non lo pensa solo l'Italia».
Dino Martirano

Dipartimento Politiche Europee

Presidenza del Consiglio dei Ministri

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