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"Quest'Europa non ci piace, la cambieremo per davvero"

20 dicembre 2015Parole chiave:
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(intervista della Stampa al Sottosegretario Gozi) 


Sandro Gozi era a fianco di Matteo Renzi a Bruxelles nelle ore in cui il presidente del Consiglio ha spiazzato il Consiglio europeo, pungolando il gigante tedesco con un lessico che non si ascoltava da tempo e ora, a bocce ferme, il sottosegretario alle Politiche europee spiega: «Attenzione a non sbagliare lettura di quel che è accaduto: la presa di posizione del presidente del Consiglio ha un valore strategico. Siamo stanchi dell'Europa dei rinvii tattici e della tecnocrazia e pensiamo che sia giunto il tempo di aprire una grande e concreta discussione sul futuro dell'Unione».

Sono anni che si parla di un grande rilancio europeista, che puntualmente cade nel vuoto...
«Abbiamo parlato del nostro progetto con le prossime tre presidenze, Paesi Bassi, Slovacchia e Malta, con l'idea di sviluppare un dibattito destinato a culminare nel 2017, anno cruciale perché ci saranno le elezioni in Germania, Francia e Paesi Bassi. Immaginando di trovare un momento di sintesi nel sessantesimo anniversario del Trattato di Roma: vorremmo chiamare tutti i capi di Stato e di governo nella Sala degli Orazi e Curiazi al Campidoglio. Non sarà un giorno celebrativo, ma una grande opportunità da cogliere politicamente».

Eppure resta legittimo il dubbio: quello di Renzi contro la Merkel è stato uno show ad uso interno, oppure sono state gettate le fondamenta di un progetto ambizioso?
«Su questo non ci possono essere dubbi. Noi non sappiamo se nel passato qualcuno abbia coltivato un eccessivo complesso di inferiorità verso Bruxelles, di certo noi non lo abbiamo. Questa Europa non ci piace e la vogliamo cambiare davvero».

Sta diventando una litania, questa storia del cambiamento...
«No, siamo arrivati ad un punto di svolta. L'Europa sta finendo su un binario morto: non basta più la Filarmonica di Berlino, serve un nuovo concerto europeo. Come è già accaduto in tutti i momenti importanti della storia europea. All'inizio della legislatura, dopo la stagione Barroso, troppo appiattita sul più forte, abbiamo appoggiato Jean-Claude Juncker alla presidenza della Commissione europea. Ci piace quando dice che la sua è una leadership politica e si comporta di conseguenza. Ci piace molto meno quando prende una deriva tecnocratica».

Anche di questa parola non c'è un abuso? Quando volete insultare qualcuno dite che è un tecnocrate...
«Non è così e le spiego perché. Sul fronte degli immigrati l'Italia ha fatto da sola il lavoro per tutti: ha proposto il superamento dell'accordo di Dublino e alla fine tutti hanno riconosciuto che era la politica giusta; ha salvato tante vite umane. E alla fine quale è stata la risposta della Commissione? Apriamo una procedura di infrazione perché nel momento più acuto della crisi non avete preso le impronte. Questa è miopia, questa è tecnocrazia. E questa è un'Europa nella quale prevalgono gli interessi del più forte».

Ma questo non è un modo elegante per esprimere una pulsione antieuropeista e antitedesca?
«Il dibattito politico che l'Italia ha aperto non è un attacco alla Germania e d'altra parte cominciano ad arrivare segnali di forte interesse da parte di altre capitali europee. Per la prima volta si è aperto un dibattito politico vero, c'è un nuovo clima, più coraggioso, più connesso con la realtà con la vita dei cittadini».

Ma c'è svolta senza la Francia?
«Il punto è questo: davanti all'iniziativa italiana, cosa farà la Francia? Non siamo ingenui, conosciamo il rapporto storico con i tedeschi, ma chiameremo i francesi, e non solo loro, a confrontarsi con politiche fortemente innovative su due grandi dossier: crescita e giovani; sicurezza, Stato di diritto e cultura».

Come immaginate di smuovere il Moloch europeo?
«Bisogna iniziare ad avanzare per gruppi di Paesi, sapendo che i campi di gioco sono due: zona Euro e spazio Schengen. Con un idea di fondo: moltiplicare le opportunità anziché i vincoli. L'esatto contrario di quanto fatto finora. Prendiamo la Finlandia: ha seguito alla lettera la dottrina ScMuble ed è in piena crisi».
Fabio Martini

Dipartimento Politiche Europee

Presidenza del Consiglio dei Ministri

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