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«Frontex, numeri da flop. Ridiscutere le regole UE»

18 agosto 2015Parole chiave: , ,
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(Intervista del Mattino al Sottosegretario Gozi) 


L'intervista di Angela Merkel alla Zdf rincuora il governo italiano. «Un anno fa - osserva Sandro Gozi, sottosegretario alla Presidenza del consiglio con delega agli Affari europei - Roma e Berlino erano agli antipodi, ora siamo sulle stesse posizioni».

"Abbiamo bisogno di una politica comune europea in materia di asilo" ha affermato la Merkel: cosa è successo?
«La necessità di riscrivere le regole di Dublino, subito sottolineata dal governo Renzi, è diventata una convinzione condivisa dalla Germania e dalla Svezia, perché sono le principali mete degli immigrati che sbarcano da noi. Quest'anno in Germania ci sono state ben 600mila richieste di asilo, un record senza precedenti»

Dobbiamo però dire che Frontex è già fallito sui numeri. Si prevedevano 32mila arrivi, ne abbiamo avuti 50mila e siamo in agosto.
«Certamente siamo di fronte a qualcosa di imprevisto. Le Nazioni Unite hanno sottolineato che siamo nella più grande crisi migratoria del Dopoguerra, perché ai problemi di povertà e di fame si è aggiunto negli ultimi anni quello delle guerre e la destabilizzazione di gran parte dei Paesi del Medio Oriente. È un problema di dimensioni transnazionali che non può non essere affrontato che a livello europeo, altrimenti falliamo tutti».

Ma il fatto che Frontex sia già fallita non è un segnale del disinteresse dell'Unione europea?
«Direi il contrario. In realtà il principio di assegnare delle quote di accoglienza nei diversi Paesi è un significativo passo in avanti insperato sino a un anno fa. Ricordiamo le cose come stavano: Mare Nostrum era solo una missione italiana e il problema dei flussi migratori riguardava solo noi e la Grecia. Stabilire il principio delle quote, sia pure insufficienti, è stato un passo in avanti rispetto agli accordi di Dublino, una deroga al principio secondo il quale ogni Stato europeo deve risolvere i problemi di casa propria».

Un passo in avanti che non basta: c'è un duro scontro in Europa e alcuni Paesi del Nord e dell'Est pare non abbiano alcuna voglia di affrontare il problema.
«Il negoziato sarà duro, ci sono sensibilità diverse e non tutti i Paesi hanno dimostrato senso di responsabilità e di solidarietà. Ma la presa di coscienza della Germania, alla quale anche noi abbiamo significativamente contribuito, è un segnale di cui non si potrà non tenere conto».

Cosa si deve negoziare?
«Regole comuni per tutti i Paesi dell'Unione europea. Se non ci uniformiamo nel comportamento non avremo alcuna forza contrattuale. Bisogna far salvo il principio che si deve soccorrere chi rischia la vita sui barconi gestiti dai mercanti di uomini, ma anche fissare regole certe e comuni sul ritorno a casa se non si ha diritto di restare. Si tratta di ripensare il diritto di cittadinanza in Europa e in Italia».

Nell'immediato intanto ci sono gli sbarchi, i morti e le polemiche di casa nostra.
«Sì, il problema va risolto anzitutto creando un rapporto diretto e, ripeto, comune di tutti i Paesi europei, con gli Stati da cui partono i flussi. All'inizio di novembre ci si troverà per la prima volta a Malta per la conferenza Europa/Africa e questo tema sarà affrontato in maniera approfondita. Bisogna anche creare condizioni di sviluppo sul posto».

Resta però il dato di fatto che i flussi demografici parlano molto chiaro e non si possono arrestare.
«Questo è un altro aspetto del problema. Noi siamo ormai abituati a pensare con paura e con rabbia al tema dell'immigrazione ma tra qualche decennio senza le rimesse dei migranti non si potrà reggere il welfare europeo e tutta l'impalcatura che abbiamo costruito nel '900 rischia di crollare. Dobbiamo esserne consapevoli, disegnare le nuove regole della cittadinanza, appunto, senza rinunciare ai nostri principi repubblicani fondanti: libertà religiosa e parità tra uomo e donna. Si tratta di cose non negoziabili che chi chiede ospitalità a casa nostra, perché spinto dal bisogno, deve saper accettare, come noi dovremo saper accogliere».

Il governo sente sul collo il fiato degli attacchi di Salvini?
«Si tratta solo di un demagogo populista che gioca sull'istinto, ma gli italiani sapranno guardare in faccia alla realtà rispetto a queste uscite estive. Del resto vorrei anche ricordare che il partito di Salvini ha governato a lungo e non ha dimostrato di saper risolvere il problema quando Maroni era ministro dell'Interno».

Anche Grillo è sulle stesse posizioni.
«Non mi stupisco affatto. Leghisti e grillini hanno due leader populisti e demagoghi a cui non interessa risolvere i problemi, ma solo raccogliere facile consenso che però non si può tradurre in azione concreta, perché non hanno ricette. È singolare vedere le stesse persone indignarsi per gli orrori dei nazisti dell'Isis e poi sbattere le porte in faccia alle loro vittime che chiedono aiuto e fuggono dalla morte certa e dalle persecuzioni religiose».
Luciano Pignataro

Dipartimento Politiche Europee

Presidenza del Consiglio dei Ministri

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