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"Fiscal compact più flessibile, al centro lavoro e crescita"

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(Intervista del Sottosegretario Sandro Gozi a Repubblica)


Sottosegretario, dopo le percentuali poco brillanti del Pil di Eurozona, Francia e Germania, possiamo dire che il caso è l'Europa?
«Prima di crocefiggere Renzi forse era meglio aspettare i dati europei. Non ce la prendiamo con l'Istat per l'anticipazione, ma è evidente che quelle statistiche ora vanno collocate in un contesto tutto negativo. Il problema è l'Europa, certo. Ma a questo punto occorre un cambio di politiche: basta tagli e austerità, al centro crescita e occupazione».

L'Italia è pronta dunque a ridiscutere con Bruxelles il fiscal compact, le regole di riduzione del debito?
«Ora non è necessario ridiscuterle. Ma applicarle in modo più intelligente e meno tecnocratico, questo sì. Anche perché si tratta di regole pensate ipotizzando crescita e inflazione al 2%. Mentre ora la prima langue e la seconda è negativa».

Un esempio di applicazione intelligente?
«Il pagamento dei debiti della pubblica amministrazione. È chiaro che immettere più liquidità per rilanciare la crescita comporta più debito. Ma ci è stato consentito».

Si può fare anche con gli investimenti e il taglio del cuneo fiscale, allora. Ne state parlando?
«Non c'è ancora accordo. Certo, sarebbe utile trovare le condizioni per abbassare le tasse sul lavoro in tutta la zona euro. E sottrarre dal patto di Stabilità alcuni investimenti produttivi, come l'Italia suggerisce».

Potrebbe aiutare il ritrovato asse Roma-Parigi in chiave anti-rigorista?
«Esiste un'effettiva convergenza di vedute con la Francia. Ma anche un dialogo aperto con la Germania. Auspichiamo ora una forte spinta da Berlino».

Il pallino è quindi di nuovo nelle mani della Merkel..
«Qui o il pallino lo riprendiamo e lo rilanciamo insieme in Europa o l'abbiamo perso tutti».

Quali benefici per l'Italia dal piano di Junker da 300 miliardi in tre anni per gli investimenti?
«Junker ha ripreso una priorità italiana proposta nel nostro semestre di presidenza ne siamo molto soddisfatti. Noí abbiamo anche indicato i settori chiave in cui impegnarsi. Ora sta a lui definire i dettagli. Lo farà entro febbraio 2015 e noi vigileremo».

Si aspettava il richiamo di Draghi all'Italia?
«Condividiamo le parole sulle riforme che l'Italia deve fare e sta facendo. Stiamo lavorando in particolare per riformare il consiglio dei ministri Ue e creare un consiglio "dell'economia reale", rivedendo l'attuale "consiglio competitività". Vogliamo più ín generale rafforzare l'Unione politica e democratica. Ma l'epoca delle troike è finita».

E la cessione di sovranità?
«Ai paesi le riforme, all'Europa la politica comune degli investimenti».

La Commissione europea, nella lettera di luglio sui fondi europei, scrive che l'Italia non ha una strategia.
«Una critica ingenerosa. La strategia è chiara per il nuovo ciclo di fondi. E si impernia su innovazione, ricerca, agenda digitale, infrastrutture, smart cities. È vero però che abbiamo accumulato grave ritardo, tra il 2008 e 2013, nell'utilizzo dei fondi e nella capacità di amministrazione. Recupereremo le inefficienze perché neanche un euro vada perso».
(v.co.)

Dipartimento Politiche Europee

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