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"Occorre riportare il Paese verso percorsi più virtuosi"

22 dicembre 2009Parole chiave: , ,
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Intervista a Press, la rivista dei dottori commercialisti e degli esperti contabili
 

A un anno e mezzo di gestione del ministero per le Politiche Europee che cosa ha portato a casa l’Italia?
“L’Italia passa spesso come paese dal forte sentimento europeista, un sentimento diffuso sia tra i cittadini che nella stessa classe politica. Eppure, siamo stati spesso rimproverati di non essere stati in grado di incidere e dare un contributo forte nella costruzione dell’Europa al pari di altri paesi come Francia, Germania e la stessa Spagna, e di non riuscire a dare seguito alle decisioni comunitarie. In pratica, un europeismo più di facciata che di sostanza. Credo che in questi mesi, l’azione del Governo abbia dimostrato proprio l’esatto opposto. I miei uffici sono stati costantemente impegnati per ridurre il peso delle infrazioni e dal maggio 2008, quando sono arrivato, le procedure aperte sono scese da 185 a 150. In Europa, su temi come l’immigrazione e da ultimo il made in le scelte dell’Italia hanno anticipato gli obiettivi dell’Europa, oppure come nel caso del pacchetto clima la pressione del nostro Paese ha spinto l’Europa a rivedere i meccanismi di calcolo e a suddividere lo sforzo tra i Paesi membri in maniera equa garantendo il nostro sistema produttivo. E siamo tra i pochi che sulle grandi emergenze dei nostri tempi, come la gestione dei flussi migratori, le nuove sfide della globalizzazione, la grande crisi economica, ci siamo esposti chiedendo all’Europa di ritrovare un’anima e di essere meno espressione di tecnicismi e burocrazia. In pratica tornare a far politica con la ‘p’ maiuscola. È questa la bussola del nostro impegno perché siamo convinti che esiste solo questa strada per far ritrovare all’Europa quell’entusiasmo, credibilità e forza propulsiva che oggi sembrano sbiadite”.

Tutela del Made in Italy: quali le principali misure previste dal decreto salva infrazioni?
“Con le nuove norme introdotte dal decreto salva infrazioni abbiamo stabilito dei precisi paletti a tutela del Made in Italy. Un intervento necessario soprattutto in tempi difficili come quelli che stiamo vivendo, tempi in cui la frode e la contraffazione fanno pesare ancor più i loro effetti criminali sull’imprenditoria sana del nostro Paese. Sono norme che difendono le oltre 480mila piccole e medie imprese italiane, un tessuto produttivo che rappresenta la linfa e il cordone vitale della nostra economia. Il nostro obiettivo è quello di tutelare la proprietà industriale ed i prodotti di eccellenza del nostro Paese. Il tutto attraverso un semplice principio: il prodotto che vuole fregiarsi del marchio “100% made in Italy” o “Interamente italiano” deve avere tutta la produzione da noi, e dove questo non avviene deve esserci una certificazione diversa. Un principio lineare e trasparente che dobbiamo pretendere anche dall’Europa dove ancora manca un quadro legislativo organico per la tutela del Made in Europe. 

Utilizzare al meglio le opportunità che l’Europa mette a disposizione delle imprese con i fondi strutturali dovrebbe essere una priorità del nostro Paese. Ma spesso il meccanismo s’inceppa. Perché?
“I fondi strutturali rappresentano una straordinaria opportunità che l’Europa ci mette a disposizione, eppure non sempre siamo stati finora in grado di sfruttarne appieno le possibilità. C’è la paura di incorrere in sanzioni o di sbagliare qualcosa. Sono risorse che a volte utilizziamo male perché i fondi si disperdono in mille rivoli. Ci sono poi elementi di criticità evidenziati anche dalla Corte dei Conti italiana e da quella europea: non esiste solo un problema di gestione qualificata dei fondi, ma anche di lecita utilizzazione. Il corretto impiego dei fondi erogati dall’Unione Europea costituisce un impegno fondamentale per tutti gli Stati dell’Unione, soprattutto per contribuire con i fatti alla crescita del progetto europeo e per utilizzare, al meglio, ogni risorsa pubblica disponibile, nella prospettiva di un rinnovato sviluppo economico e in un contesto di massima legalità. Nella mia veste di Presidente del Comitato nazionale per la lotta alle frodi ho rivitalizzato il Comitato stesso, che ha funzioni consultive e di indirizzo per il coordinamento di tutte le attività di contrasto alle frodi ed alle irregolarità attinenti al settore fiscale, politica agricola comune e fondi strutturali. E i risultati non si sono fatti attendere: la battaglia italiana contro il fenomeno odioso delle frodi e delle irregolarità è diventato un esempio in tutta l’Europa, come ha sottolineato qualche tempo fa il direttore dell’Ufficio europeo per la lotta antifrode. Ci sono però segnali incoraggianti, ad esempio la governance sta migliorando. Occorre distribuire informazione e fiducia, con il più fattivo spirito di servizio da parte di tutte le Amministrazioni interessate. La nuova programmazione 2007-2013 è anche un banco di prova importante: per il nostro Paese ci sono circa 28 miliardi di finanziamento comunitario (a cui va sommato il cofinanziamento nazionale): il 73% circa di queste risorse sono destinate alle regioni del Sud (Calabria, Campania, Puglia e Sicilia). Si tratta di un’occasione da non perdere per produrre sviluppo, favorire la ricerca, realizzare infrastrutture”.

Quali le azioni messe in atto dal Suo Ministero per superare queste criticità?
“Occorre uno sforzo comune da parte di tutti i soggetti in campo per portare il nostro Paese verso percorsi più virtuosi. Il mio Ministero ha soprattutto un ruolo di coordinamento e stiamo mettendo in campo tutte le nostre risorse e competenze. Occorre sviluppare un’operazione culturale, a livello regionale, che favorisca il dialogo tra le diverse Amministrazioni interessate alla gestione delle risorse comunitarie. Serve stimolare l’azione di recupero dei fondi irregolari ed evidenziare la nuova filosofia di impiego dei fondi. È necessario che le Regioni e tutti gli enti preposti si muovano con efficienza e creatività, proponendo progetti innovativi e credibili. È insomma il sistema-Paese che deve muoversi per non perdere ancora l’opportunità che abbiamo di fronte”.

I commercialisti italiani possono dare un contributo significativo?
“Certamente, se sapranno formarsi e approfondire la materia. Nella distribuzione dei fondi serve meno burocrazia e più efficienza, specie in un momento di crisi come questa. È chiaro che la complessità delle procedure e della normativa comunitaria richiede uno sforzo ancor maggiore di professionalità nella gestione di questi fondi. È nostro dovere fornire appoggio e sostegno anche a tutti gli operatori economici: i professionisti, ed in particolare i dottori commercialisti, possono e debbono svolgere un ruolo fondamentale. La crescita professionale di questa categoria è un processo che va incoraggiato se vogliamo ottenere obiettivi sempre più ambiziosi. Per questo il 27 novembre abbiamo siglato con il CNDCEC un importante protocollo d’intesa volto a promuovere il ruolo del commercialista in relazione a tutte le fasi di richiesta e di gestione delle provvidenze comunitarie in un’ottica di prevenzioni delle irregolarità e delle frodi. Sono sicuro che l’azione combinata del CNDCEC e del Dipartimento darà un impulso significativo al rispetto della normativa comunitaria in questo settore e, quindi, ad una maggiore apertura del mercato, soprattutto a vantaggio delle piccole e medie imprese.

Maria Luisa Campise

Dipartimento Politiche Europee

Presidenza del Consiglio dei Ministri

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