Vai direttamente ai contenuti

EN FR

Modulo ricerca nel sito

sei in: Home | Comunicazione | Rassegna stampa | Ronchi: "Non vogliamo...

Ronchi: "Non vogliamo un'Europa senz'anima"

  • Segnala presso:
  • Delicious
  • Diggit
  • Facebook
  • Google
  • OKNOtizie
  • Technorati
  • My Yahoo

Intervista del ministro Ronchi a fare futuro web

Leggi l'intervista [.pdf - 115 kb]


L'Europa deve trovare un'anima. È questo, secondo il ministro per le Politiche Europee Andrea Ronchi, il passo fondamentale che l’Unione deve compiere per affrontare, con successo, le grandi sfide globali che la attendono. Dall’allargamento alla crisi economica, dalla gestione dei flussi migratori al cambiamento climatico, la strada da percorrere deve essere comune e condivisa. Con meno tecnicismi e con più politica, quella «con la "p" maiuscola». 
 
Qualche settimana fa il premier turco Erdogan chiedeva risposte chiare dall’Europa dicendo che se Ankara non dovesse entrare nell’Unione sarebbe un errore, ma non un dramma. E intanto Sarkozy spinge per una partnership strategica che sostituisca un’adesione piena. Qual è la posizione italiana?

La Turchia fa già parte della Nato, e c’è tutto l’interesse perché questo paese rimanga ancorato all’Occidente. Detto questo, non si può nascondere il fatto che ci sono delle questioni aperte, in tema di diritti umani, sulle quali non possiamo transigere. E in questo senso, dalla Turchia aspettiamo risposte.

Ora l’Islanda, poi i Balcani… Ma in prospettiva, fin dove potrà arrivare l'Europa?

Il problema non è tanto l'allargamento geografico. L'Unione europea deve innanzitutto trovare una radice valoriale comune. Quello che manca oggi all'Europa è un'anima, una comune identità. A tutt'oggi non sappiamo parlare con una voce sola, e lo abbiamo dimostrato più volte: nella crisi economica, nell'affrontare l'immigrazione (tanto che l'Italia è stata lasciata sola più volte, in questa grande battaglia). Anche quando si parla di diritti umani, come recentemente per l'Iran o per la Cina, l'Europa, al di là delle sterili dichiarazioni di circostanza, brilla per la sua assenza. Insomma, adesso bisogna lavorare sulla costruzione di un'identità comune politica. E speriamo che questo Parlamento europeo – che ha iniziato a lavorare pochi giorni fa – possa, in virtù della coesione maggiore che ha ottenuto grazie alla vittoria dei popolari, tracciare una strada fatta di idee condivise. Perché l'Europa senza anima non va da nessuna parte.

E l'entrata in vigore del Trattato di Lisbona sarà d'aiuto, in questo senso?

I trattati sono utili, ma devono essere calati nella realtà. Al di là di tutto, ci dobbiamo augurare che ci siano scelte di politica con la “p” maiuscola.

Venti giorni fa è iniziato il semestre di presidenza svedese. Quali risultati si attende il governo italiano?

Ho già incontrato più volte i rappresentanti del governo svedese e sono fiducioso che sui temi che sono sul tavolo – la crisi economica e finanziaria, il clima, la sicurezza – potremo scrivere pagine importanti. Ci sono obiettivi condivisi, e la strada può essere quella giusta. Soprattutto, il semestre dovrà portare risultati concreti. 
 
In autunno si tornerà a parlare di clima, a Copenhagen. Ci sarà una posizione comune europea?

Sul clima, a settembre, iniziai una “battaglia solitaria” che ci portò, grazie all'impegno di tutto il governo, a ottenere un risultato molto importante. Quella contro il cambiamento climatico è una lotta fondamentale, ovviamente, e non solo per l'Ue ma per il mondo intero: lo abbiamo visto con gli importantissimi risultati raggiunti al G8. Ma si deve procedere sulla strada tracciata a metà dicembre nel Consiglio europeo, seguendo quella strategia e rispettando quell'accordo. Un accordo “di peso” che, al momento di essere trasformato in direttive (che riguarderanno punti di grande importanza, come la definizione dei settori “a rischio” per la delocalizzazione, la messa a punto dei criteri relativi ai benchmark e le regole di funzionamento dei permessi di emissione) non dovrà essere assolutamente alterato. Anche perché in questo contesto di crisi economica le nostre imprese – soprattutto le piccole e medie imprese, che sono una grande risorsa non solo dell'Italia ma di tutta l'Europa – devono essere tutelate: pagherebbero ogni modifica dell'accordo in termini di occupazione e di sviluppo. Non sono pensabili nuovi oneri per loro, in questo momento.

Parliamo di immigrazione. Il governo italiano sostiene da tempo che si tratta di un problema europeo e come tale va affrontato. Ci sono passi in avanti da questo punto di vista?

Speriamo di sì. Con il ministro Frattini abbiamo sempre denunciato il fatto di essere stati lasciati soli dall'Europa, soprattutto nel fronteggiare i flussi clandestini via mare. L'ultimo Consiglio europeo ha dedicato, finalmente, la giusta attenzione al problema dell'immigrazione illegale nel Mediterraneo. Un bilancio positivo, perché si è arrivati a una definizione europea del fenomeno, si è sottolineata l'urgenza di potenziare gli sforzi per contrastare efficacemente i flussi clandestini sulle frontiere meridionali e si è auspicata una posizione comune dell'Unione, ispirata ai principi di “solidarietà, fermezza e responsabilità condivisa”. Ecco, ci tengo molto a sottolineare la “responsabilità condivisa”. Ed è quello che è mancato sino ad oggi. Per questo, continueremo a mantenere una pressione fortissima sulla Commissione europea affinché si passi, senza indugio, dalle parole ai fatti.

Gli inglesi hanno ufficializzato la candidatura di Blair alla presidenza “fissa” del Consiglio europeo. Il governo italiano lo appoggerà?

Certamente Tony Blair è uno statista, è un uomo che potrebbe raccogliere molto consenso. Ma penso che ci saranno anche altre candidature "forti". Vedremo. 

Dipartimento Politiche Europee

Presidenza del Consiglio dei Ministri

2009 © Tutti i diritti riservati